Regia
Emanuele Santoro
Con
Emanuele Santoro
Vito Gravante
Beppe Farah
Piercamillo Moretti
Davide Marangoni
Scenografia
Anna Ferretti Evangelista

Recensioni
È il manifesto del tragicomico della modernità postbellica. Da allora, fiumi d'inchiostro sono scorsi sotto i ponti dell'interpretazione, portando anche a conclusioni diametralmente opposte, dall'assoluto nichilismo ad una religiosità di speranza messianica. E tutto, da questo universo ormai classico, ci parla della vita umana, ci àncora alle esigenze materiali (fame, freddo...) e agli interrogativi fondamentali, a ciò che è la componente essenziale dell'esistenza, il tempo, nelle sue più svariate percezioni di durata, attesa, morte, illusione, delusione, pessimismo con qualche intermittente bagliore di ottimismo, noia e monotonia e bisogno d''"ingannare", di "far passare", ricordo e smemoratezza, ansia, angoscia, solitudine, inutile esattezza dell'orologio e perenne insicurezza alienante: i protagonisti non sanno nulla di nulla, dove sono, dove vanno e perché; sembrano marciare sul posto, prigionieri di un destino che si ripete all'infinito. Non c'è frase sospesa nella dilatazione rarefatta del silenzio che non abbia un doppio significato, nel suo non-senso letterale e nella sua allusione in cui chi vede e ascolta può riflettersi per acquisire una dimensione universale. Mentre il "mondo" è di passaggio disperante nella sua dialettica padrone-servo, crudeltà e umiliazione (Pozzo e Lucky). Dopo Il cortile di Spiro Scimone che già si rifaceva ad atmosfere beckettiane, e dopo tanti altri classici del teatro e della letteratura, Emanuele Santoro regista, tornando a formare coppia interpretativa con Vito Gravante, deve aver trovato naturale approdare ad Aspettando Godot, a quasi sessant'anni dalla prima rappresentazione parigina (1953). Ne dà una versione rigorosa e rispettosa che assume sfumature diverse nella recitazione, più naturalistica e quindi anche più ricca di varianti, quella di Gravante (Estragone), mantenuta su un livello di astrazione grottesca e quindi anche di una certa fissità espressiva, straniata e straniante, quella di Santoro (Vladimiro). Ma questa complementarietà funziona e serve anche ad esaltare la costante ambiguità e ambivalenza dei dialoghi e delle situazioni. Accanto a loro, efficaci anche gli interventi di Giuseppe Farah, Piercamillo Moretti e del giovane Davide Marangoni (nella parte del messaggero di Godot). Senza necessità di fantasiose complicazioni la scenografia di Anna Ferretti Evangelista: sul nudo palco, il tronco di alberello a cui appiccicare le foglie verdi del secondo atto e un bidone.
Giornale del Popolo, Manuela Camponovo.


Lo spettacolo
Scritta tra il 1948 e il 1949 e rappresentata nel gennaio del 1953, Aspettando Godot è la più celebre opera teatrale di Samuel Beckette e certamente una pietra miliare del teatro del Novecento, sia dal punto di vista contenutistico che da quello formale. Ha rivoluzionato il teatro contemporaneo mettendo alla berlina il linguaggio teatrale, creando una commistione di registri, un mix di generi (tragedia, commedia, teatro comico, gag da cabaret). Con le sue pause, i suoi silenzi, i suoi dialoghi inconcludenti, Aspettando Godot ha minato completamente le fondamenta del teatro.

Note di regia
"Aspettando Godot è una commedia in cui non accade nulla, per due volte (i due atti)", diceva qualcuno dopo il debutto londinese. In effetti è una tragicommedia costruita intorno alla condizione dell'attesa.
Geniale poi è la provocazione di un protagonista assente: Godot. Chi è Godot? Il destino? La morte? La fortuna? La felicità? Dio (l' ipotesi più accreditata e discussa è Godot=God)? Lo stesso Beckett non l'ha mai chiarito, anzi, ha detto: "Se avessi saputo chi è Godot lo avrei scritto nel copione.". In Pozzo e Lucky si è voluto vedere il capitalista e l'intellettuale, ed in effetti nel primo atto gli elementi per questa identificazione ci sono tutti.
Ma la grandiosità di Godot sta proprio nella sua totale apertura: il che non significa che chiunque è libero di vedere in Godot quello che meglio crede, ma che l'attesa di Vladimiro ed Estragone è l'attesa con la A maiuscola, la sintesi di tutte le attese possibili.
 "Candannati a parlare, gli eroi di Beckett negano quello che hanno appena affermato, dicono contemporaneamente si e no. Se si deve parlare, almeno sia per non dire nulla. Nelle regioni dove Beckett perviene e dove l'opera, formandosi, si dissolve in una nebbia di insignificanza, si può credere che nulla sia stato detto. Tuttavia nessuna parola ci sembra più essenziale. (Maurice Nadeau)"
La differenza tra parlare e dire qualcosa, la condizione di attesa e la considerazione sull'irrazionalità dell'esistenza che troviamo in Asppettando Godot, sono le principali ragioni di questa messinscena che andrà ad inserirsi, insieme a Amleto, Don Chisciotte, Macbeth, Le Notti bianche, Otello e Il cortile, in un percorso di analisi sulla condizione dell'uomo iniziato nel 2003 con Caligola.
Torniamo dunque al classico. Perché per noi Aspettando Godot lo è a tutti gli effetti. Un testo classico parla a noi di noi, in ogni tempo. E se è vero che è il contesto a valorizzare il testo, sarà proprio questo l'oggetto della nostra attenzione, nel tentativo di restituire a questo capolavoro il grande valore che gli riconosciamo, soprattutto oggi.


 
Aspettando Godot
di Samuel Beckett
«Sono morto fuori, sono vivo dentro. Sogno di vivere una vita bella, cerco di vivere bene una vita brutta». (Un barbone)
e.s.teatro