Adattamento, scenografia
interpretazione e regia
Emanuele Santoro

Recensioni
"Un ottimo uso delle luci, una buona scelta musicale, felici intuizioni registiche caratterizzano il Caligola presentato da Emanuele Santoro" GIORNALE DEL POPOLO

"Santoro ha idee chiare sulla regia e sulla recitazione. Il suo Caligola convince per freschezza unita a una buona tenuta recitativa. Ci sentiamo di dover riconoscere talento e intuizioni che lasciano ben sperare per il futuro" AZIONE

"I cambi di luce, l'uso della musica nelle sottolineature, i movimenti sul palco sono segno di una visione d'assieme evoluta e moderna della drammaturgia. Un tratto distintivo interessante e già emerso in altri casi e che fa di Santoro un personaggio da seguire con attenzione" CORRIERE DEL TICINO

Lo spettacolo
"(...) Mi strofina il dito nel palmo della mano. Mi chiama bella mia. Mi tasta il sedere. Inammissibile. Basta, deve morire. Ha confiscato tutti i tuoi beni, Patrizio. Ha ucciso tuo padre, Scipione. Ha rapito tua moglie, Ottavio, e l'ha messa a lavorare nel suo bordello. Ha ucciso tuo figlio, Lepido. Avete ancora dei dubbi? È un depravato. Un cinico. Un commediante. Un impotente. Me l'ha detto mia moglie! (...) Se ci ha reso la vita insopportabile non è certo per le sue oscenità, per le sue crudeltà, per i suoi delitti, ma perché passioni più alte e più mortali lo sorreggono. Attraverso Caligola, per la prima volta nella storia, la poesia provoca l'azione e il sogno la realizza. Lui fa ciò che sogna di fare. Lui trasforma la sua filosofia in cadaveri. Voi dite che è un anarchico. Lui crede di essere un artista. Ma in fondo non c'è differenza. Se c'è un solo individuo puro, nel male o nel bene, il nostro mondo è in pericolo. Ecco perché Caligola deve morire."

Note di regia
Il "Caligola" della storia

Gaio Giulio Cesare germanico (12-14 d.C.) imperatore romano (37-41) detto Caligola per la calzatura (caliga) che portava da bambino. Succedette nel 37 a Tiberio. Dapprima si accordò con il senato e legò a sé i pretorani, ma poi il suo assolutismo lo isolò. Cadde in una congiura guidata dal capo dei pretorani Cassio Cherea

Il "Caligola" di A. Camus (ed. 1941)

Caligola è, sino al momento della morte della sua compagna, un imperatore pacifico ed equilibrato; artista appassionato, governa con grande capacità il suo popolo. Ma dopo la morte della sorella e amante Drusilla, scopre una verità semplice e terribile: gli uomini muoiono e non sono felici. Si rende conto dell'inutilità della vita. L'intera speranza del mondo, rappresentata dall'amore per Drusilla, si sfalda e la riconciliazione col mondo non può più esistere; Caligola accetta allora la lotta fra sé e la propria vita, fra sé e il mondo. Tutto è menzogna e la sola veritá è la ricerca dell'impossibile.
Il dramma ha inizio proprio nei momenti successivi alla morte di Drusilla, e si presenta come un incalzante, severa e disordinata elaborazione del lutto, che dal particolare della relazione amorosa giunge a stabilire leggi universali. Caligola sente giusto che tutti capiscano che la morte è insensata. Vuole erigersi a simbolo della morte e dell'unicità della vita. Diventa imperatore-peste-rivoluzione. Ma quella che viene additata come crudeltà altro non è che la follia d'amore, disperata, incontrollabile e irrefrenabile, di chi ha perduto la perfezione dell'istante, la gioia della condivisione del sentimento, e si trova, solo e poco più che ventenne, a governare una società e un sistema in cui non crede.
Caligola agogna la luna, agogna di possedere la luna. Ma così come è impossibile all'uomo sfuggire alla morte, così è impossibile per Caligola possedere la luna. Allora lui, imperatore, si ribella a questa certezza, e tramite il rovesciamento di tutti i valori cerca di raggiungere una libertà individuale che non troverà senza prima distruggere se stesso. Caligola muore per mano dei congiurati. Muore in una notte pesante; "pesante come il dolore umano".

Il mio Caligola…

Caligola è la variabile impazzita e l'equazione irrisolta del sistema. Non è un alienato, né un maniaco. È sostanzialmente lucido. Detesta l'ipocrisia del sistema e dell'umanità che lo circonda.
Ma perché Caligola? "Devo riconoscere che quest'uomo ha esercitato su di me una innegabile influenza. Mi costringe a pensare. Costringe tutti a pensare" (Cherea; Atto IV)
Perché monologo? Ho sentito il bisogno di proiettare Caligola in una dimensione escatologica, in un momento di quella "vera" solitudine che lui stesso, dopo la morte di Drusilla, disperatamente cercava: "…la divina chiaroveggenza della solitudine. (..) Quando ci siete tutti mi fate sentire intorno un vuoto così sconfinato da restarne accecato...". Ed eccolo allora vagare, solo, tra le ombre delle sue passioni, allucinato dalle voci che gli configurano quel grande buco vuoto in cui l'anima si placa.
Ma Caligola è anche la tappa di un percorso: una verifica del mio personalissimo apprendistato che mi ha visto, a lungo, allievo di me stesso; sia come attore che come regista.
Infine, non posso nasconderlo, ho accettato la provocazione di Camus:
"Siate realisti, chiedete l'impossibile."
Ecco perché Caligola. Ecco perché Caligola da solo…
Emanuele Santoro, dicembre 2003.
 
Caligola
di Albert Camus
«Voglio soltanto la luna. Non chiedo mica l'impossibile».
e.s.teatro