Adattamento
scenografia e regia
Emanuele Santoro

Con
Emanuele Santoro
Vito Gravante
Richard Coroneo

Recensioni
Tre attori in scena, una situazione surreale, un linguaggio teatrale sincopato, lunghe pause tra una battuta e l'altra, dialoghi a tratti comici, attraversati da una vena grottesca che rimandano a Beckett. Ma anche al Mrozek di Emigranti, con i suoi risvolti amari, squallidi e sferzanti, vissuti nel sottoscala di una città… le analogie tra Il cortile e Emigranti sono sorprendenti ma certamente casuali. Il cortile è la casa di tre relitti umani, ognuno con la sua storia mai raccontata ma dall'attualità fatta a brandelli tra disperazione, immondizia e fuori dalla nozione di tempo. Una non-realtà dove quello spazio diventa rifugio per un'umanità a cui viene rubato tutto tranne la libertà di ricordare. Il testo di Scimone, come per altri esempi di teatro dell'assurdo, impone a Santoro un percorso registico
pedissequo alla scrittura: luci fisse, nessun commento musicale o sonoro, una scenografia autoreferenziale e una recitazione meditata. Centrali e significativi, in questo senso, i personaggi costruiti da e con Vito Gravante e Richard Coroneo: bravi e mai sopra le righe. Più funzionale e descrittivo il ruolo scelto per sé da Santoro. Generosi applausi hanno salutato la prima dello spettacolo.
Azione, 30 gennaio 2011

L'opera del drammaturgo siciliano Scimone è portata in scena da Emanuele Santoro, responsabile dell'omonimo spazio di Viganello. Un felice incontro tra elementi simbolici e crudo realismo. In una sorta di tautologia autoreferenziale, "Il cortile", nel senso di luogo, lo spazio teatrale di Emanuele Santoro (a Viganello), ha incontrato Il cortile, inteso come il testo, così intitolato, dell'autore, ma anche attore e regista, siciliano Spiro Scimone (pluripremiato, ha scritto e realizzato Nunzio, da cui egli ha ricavato il film Due amici, vincitore nel 2002 del Leone d'Oro di Venezia per la migliore opera prima e La festa", inserita anche nel cartellone della Comédie- Française). Il dramma, nella sua dialettica rarefatta, soppesata da pause, è impregnato di parole e frasi che contengono e restituiscono appunto un doppio significato, letterale e simbolico. Immersi in una atmosfera beckettiana da "Finisterre" degradata, due individui trascorrono il loro non-tempo di "rifiuti" della società (come rifiuti, oggetti da discarica o sacchi della spazzatura, sono quelli che "arredano" il loro mondo). Ad essi si aggiungerà un terzo, che ogni tanto emerge da una volontaria "sepoltura" in una cassa-bidone, coperta da un cartone: ha perso tutto, lavoro, casa, nome, ha perso la faccia, e fra poco anche la voce, è diventato un "invisibile" di nome e di fatto... Uno che, anche quando esce dalla sua tana, non può che "strisciare"... Feriti nel fisico (chi ad un piede, rosicchiato da un topo, chi ad un occhio, chi ad un braccio), feriti nell'anima, come "pesi morti", per una società che espelle i meno fortunati; alle prese con esigenze elementari e una coazione a ripetere di gesti e frasi... Pur cercando di conservare un minimo di dignità, in una sconfinata solitudine. Di fronte a dell'acqua di dubbio sapore, uno dichiara: «non voglio "digerire" tutto». Senza più nulla, resta solo da "fare pena" (ecco la continua ambiguità dei termini...): "fare pena", l'unica occupazione concessa, in attesa che succeda qualcosa nello scorrere sempre-uguale, dove le feste sono ridotte a quei pochi giorni di pace, in cui non ti hanno preso a bastonate. Eppure, in tanta disperata emarginazione, nonostante qualche sbotto di rabbia, c'è ancora motivo, tra loro, per piccoli gesti di solidarietà, di pietà umana, una coperta posata sulle ginocchia dell'amico infermo ("nessuno lo aveva mai fatto prima", non con quella gentilezza...), un pezzo di pane (verde) offerto alla mano tesa... La regia asciutta di Emanuele Santoro, il minimalismo della scena fissa e dei gesti lenti, faticosi (come faticosa è questa vita), si focalizza sulla intensità delle parole (e delle pause). Vito Gravante, lo stesso Santoro, Richard Coroneo evitano di "recitare" ed esibire drammaticamente, per nutrire i dialoghi di un piano, spontaneo naturalismo, grezzo, con qualche inflessione dialettale, che riporta i personaggi, oltre ogni metafora, ad una dimensione di conosciuta, concreta umanità. Repliche de "Il cortile", che ha debuttato lo scorso weekend al Foce di Lugano, sono in corso al Cortile di Viganello. Giornale del Popolo, 30 gennaio 2011


Lo spettacolo
Il cortile di Spiro Scimone offre diversi livelli di lettura. Ci si diverte e si sorride del curioso rapporto fra i tre, ma allo stesso si rflette sulla solitudine, l'emarginazione e l'arroganza della società moderna, lasciando spazio a riflessioni tutt'altro che "leggere". Teatro dell'assurdo nella forma, ma teatro sociale nei contenuti. Ricco di metafore e simboli: il bastone-scettro di Peppe, che apparentemente dirige e governa questo piccolo mondo di spazzatura e reietti; un sacco che contiene generi di sopravvivenza va man mano svuotandosi finchè non vi resta altro che il vuoto; un topo che si nutre delle loro carni, odiato, cacciato ma anche invidiato, perché lui, solo lui, mangia; denti inutili per chi non ha pane…. Immagini incisive, che illustrano in maniera cruda, cinica e puntuale la drammaticità della situazione.
Peppe e Tano vengono bastonati quotidianamente dalla vita senza sapere perché, e subiscono inermi ed inerti, convinti che se lo fanno un motivo c'è; "Noi non lo sappiamo ma c'è". Sopravvivono grazie ai pochi preziosi oggetti contenuti nel loro sacco. Nonostante la loro assoluta indigenza sono più abbienti e forti di Uno, il terzo personaggio dell'opera, che vive rintanato sottoterra e non ha "più nulla da fare - neppure pena" e la cui sopravvivenza dipende dal pane ammuffito che i due gli dispensano. Persino in un mondo di povertà assoluta, c'è sempre chi sta peggio, insomma.
 "Questo cortile rappresenta un mondo che forse non è lontano dal nostro: teatro che si confonde con un luogo di rifugio o di deportzione, dove tutto è sotto controllo ed è bandita ogni libertà" (Franco Quadri).
Crudele astrazione e poetico realismo. Reale/surreale. Su questa dicotomia poggiano le basi di questo nuovo allestimento che coltiva l'ambizione di offrire una visione del nostro tempo che, come detto, può farci riflettere. Deve farci riflettere.
Emanuele Santoro, gennaio 2011.


Il cortile
di Spiro Scimone
e.s.teatro
Il cortile è la casa di tre relitti umani, ognuno con la sua storia mai raccontata ma dall'attualità fatta a brandelli tra disperazione, immondizia e fuori dalla nozione di tempo. Una non-realtà dove quello spazio diventa rifugio per un'umanità a cui viene rubato tutto tranne la libertà di ricordare.